nel febbraio del 1939 compì un attentato al Duce gentedelnovecento | lo zio Bruno tentò di contrastare le Leggi Razziali del1938 | Il Cannocchiale blog .

STORIA di una FAMIGLIA
SOCIETA'
5 novembre 2007
Storia di una Famiglia: le radici
 I vecchi Simoni, che immagino incorniciati in una scenografia flaubertiana, erano da generazioni, oltre che proprietari terrieri, i facoltosi fattori di facoltosissimi signori (per esempio i Principi Torlonia).
 "Amministratori di Baronie", li avrebbero qualificati i siciliani sottintendendo la valentia di chi fa per divenir a sua volta barone.




A imitazione dei nobiluomini, stavano assai attenti alla propria immagine e a un codice comportamentale raffinato.
Motti tipo: "Bisogna servire per non sembrare servili", "Al povero non dare, offri", se li tramandavano lungo l’albero genealogico. Politicamente inappuntabili, osservavano altresì, in superficie, atteggiamenti d’avanguardia che eccitavano le cronache. Vedi la bis-bisnonna Amalia (seconda metà Ottocento) che, dopo essersi diplomata sedicenne maestra elementare, andò sposa al bis-bisnonno Pirolla ormai trentenne.
Celebrata per i suoi abiti, sempre assolutamente  bianchi, estate e inverno, la Signora'Maglia! Per i suoi ombrellini, altrettanto  rigorosamente bianchi. Che diverranno cari a Claude Monet. Per il suo boudoir de toilette, zeppo di ciprie e profumi, la finestra del quale si incorniciava di gelsomino. Ma ancora di più, celebrata, perché in occasione delle Premier, qualsiasi fosse la stagione, abbrancate le redini della Reverenda, al calar del sole copriva una trentina di chilometri in calesse. Fino a Bologna. Ove conduceva la figlia zita Clotilde oppure i nipotini con sè al Teatro. E, di ritorno, non temeva d’immergersi nel buio vuoto con l’attraversar la piana frequentata dai briganti.



La Signora'Maglia scandalizzava le pallide mogli del ceto mediobasso mostrando loro impudicamente la propria faccia abbronzata: 'gni giorno dieci ore buone nei campi, a sorvegliare che i contadini lavorassero, riparandosi dal sole cocente con quegli ombrellini da Operetta, mentre il marito, Pirolla, capostipite nella branca dei Simoni amorfi, che sto qui a rappresentare, giocava a carte all'ombra di una quercia. Direi che era matriarcato bell'e buono quando la supremazia del maschio non la si poteva neanche mettere in discussione!



E ben se ne guardava dal metterla in discussione la Signora'Maglia che, miscelato il vino con l'acqua fresca di pozzo, porgeva la brocca a uno dei più giovani e poi si appartava con lui tra le fresche frasche. Un attimo!
Soltanto un attimo e poi via:"Lavure' zent! 'n batte' la fiaca cal vein not!!"
L'ultimo dei cinque figli, due femmine e tre maschi, lo ebbe a cinquant'anni, quando il Pirolla di anni ne contava sessantaquattro.
Una delle femmine, la spirituale Clotilde, resa leggermente claudicante da un' inezia a un piede, nel crescere sviluppò il malcaduco e, per colmo di sventura, l'unico che lei voleva tra i tanti che nonostante tutto la chiedevano, era l'imbianchino, Remo, che non le avrebbero mai permesso di sposare. L'altra, Maria, bella mora solida e caliente, rimase in memoria ai montrappesi per avere avuto l'ardire di impartire una sberla sulla piazza a un bellimbusto che andava dicendo di averla deflorata. Rifiutata ogni richiesta in matrimonio, dopo essersi scandalosamente dichiarata propensa al celibato e ai suoi piaceri si laureò in pedagogia a Londra, e poi ...si sposò! Con un alcoolizzato del Veneto, al quale ebbe il coraggio di dare due figlie. Lavorò a Trento come maestra delle elementari, la mattina con i bambini, la sera con i soldati ai quali insegnava a leggere e scrivere. Oltre che lavorare la mattina e la sera, accudiva la casa e le figlie, riempiva il bicchiere al marito. Dice che quand'era l'ora di dormire si accorgeva di essere talmente stanca da non avere la forza di togliersi le scarpe. Io penso di essere nata sulle sue radici perchè l'ho emulata egregiamente.
Dei tre figli maschi, il mio nonno Luigi (Gino) era il primo ed il più bello. Gran trombador, rientrando a Montrappone in licenza da militare prese nonna Teresa, che era la figlia della vedova più povera del paese, per mano e la condusse in un campo di trifoglio quindi ripartì alla volta del suo battaglione lasciandola incinta di mia madre. Chi se lo credeva che sarebbe tornato per sposarsela, un signorino come lui?!
L'ultimo nato, Gusten, era il più fragile. Non è detto fosse per via dei genitori entrambi anziani. Piuttosto perchè durante la 15-18 nelle retrovie del Piave l'aveva presa. Da una prostituta, guarda il caso, bolognese!
Magari era proprio destino!
Il fratello di mezzo, Tonino, pure lui tarato dalla 15-18.




L' Adamello l'aveva reso sordo come un ciocco. Ma lui era una pellaccia, senza dubbio il più interessante dei tre. Forte ed egoista: aveva la durezza di un diamante, quell'uomo!
Tornato dal fronte con quel po' di menomazione riprese immediatamente gli studi alla Scuola di Agraria e qualche tempo dopo con massima determinazione prima si iscrisse ai Fassi per i quali non nutriva il minimo interesse, e poi chiese di venire arruolato "caporale" nelle Bonifiche Idrauliche del 1932 in Cisterna, la cittadina laziale dalla quale prendevano il via le Bonifiche Pontine di Mussolini. Il successivo successo, ne prendano nota i giovani, deriverà dall'iniziale sapere dove andare. Ritornò a Bologna promosso dirigente di uno dei settori delle Bonifiche Si fece prestare 500 lire dal mio nonno e con quelle, sole, comperò una vasta estensione di terreno acquitrinoso di cui nessun altro agricoltore sapeva cosa farsene.

 Lavorò quella terra sciolta per anni, senza concedersi una distrazione, una festa, un funerale, una messa, una donna. Nemmeno di passaggio una puttana. E alla fine partorì un Eden, frutteti dietro frutteti che per visitarli tutti dal primo all'ultimo in una mattinata occorreva l'automobile. Dell'orrida palude era rimasto soltanto un laghetto, di transito per i pescegatti, all'ombra delle ninfee. Poi costrui una bella casa padronale, e passò voce che occorreva metterci dentro una sposa.


Fortunato, trovarne subito una in quelle contrade galleggianti sull'd'acquitrino. Tra Argenta, Imola, Molinella e Bologna a quei tempi i paesi erano delle chiesette con tre case attorno. Come nelle cartoline di Natale. C'erano le villone, nei punti dove la zolla onorava i raccolti, una qua l'altra là, dieci chilometri distanti, dimore dell'aristocrazia agraria bolognese disabitate gran parte dell'anno.
Difficile sapere se Tunen era uscito traumatizzato dal potere manageriale di sua madre. In ogni caso quelle villone non lo interessavano: una moglie ricca, che "s'andasse ad intrigare degli affari del marito", lui non la voleva. Bene. Se il Padreterno in Persona fosse sceso a fabbricargliela con la fanga non l'avrebbe fatta meglio della Mercedes. Che era una rimasta lì oltre il tempo delle mele, Come si diceva da quelle parti: una "con i piedini rossi". Cioè già rassegnata al nubilato.
Di onesta e modesta famiglia la Mercedes per guadagnarsi la sua scodella "lavava il culo ai figli delle risaiole", secondo il dire di nonna Teresa. In realtà sorvegliava le nidiate delle risaiole e delle contadine mentre esse chinavano la schiena sotto padrone. Un occupazione, la sua, che l'aveva addolcita assai. Con noi, dopo che ci ebbero sbattute in Emilia sotto forma di randagie, la zia Cede non si negò. Mai. Peccato che Montrappone distasse tanto dalla Tenuta di Tunen. Causa la distanza l'aiuto della zia acquisita, consistente in una gallina, dodici uova, magari anche un vasetto di pesche sciroppate, diventava, a confronto col costo dell'auto che ci trasportava da lei, soltanto un'intenzione.
Ci incontravamo perciò una, massimo due volte l'anno. Si, finchè non ci accorgemmo che, per il poco che ci donava. Zia Cede veniva sgrugnata. Noi giudicate delle parassite profittatrici. Da una dei tre figli che Cede aveva aveva avuto da Tunen: la Maretta. E forse chissà può darsi anche da Tunen. Il quale non rese mai a nonna Teresa le 500.000 lire prestategli da mio nonno per acquistare l'acquitrino divenuto terreno da frutta.
Chissà, se non fu per via di quel debito irrisolto che Tunen si sentì impedito a darci una mano. I calcoli mentali degli egoisti a volte sono parecchio complicati. Se ci avesse aiutato ad aprire un negozietto, per esempio di frutta e verdure. Raccolte nei suoi campi. Più ci penso e più ci credo: ci avrebbe salvate dallo sprofondo della miseria

La storia del "sangue principesco", attribuita come fisima allo zio Bruno nella testimonianza di mia madre agli inquirenti, originava dai paesani che avevano ammirato bisnonna Amalia con i suoi nipotini attraversare il paese sul calesse trainato dalla Reverenda, una cavalla bianca, molto boriosa. "Il pareven prencpps": lo riferirono anche a me, le contadine ottuagenarie di Montrappone. Opinione lusinghiera che lo zio, ancora giovinetto, si tolse lo sfizio di verificare attraverso l’araldica. Lo incuriosivano altrettanto i bisbisnonni del bisnonno Pirolla, in memoria al popolo come "i matt chitarren". Per niente matti, anzi. Grossi affaristi. (Pare che incamerassero la canapa finché i borsini non ne aumentavano il prezzo). Ma con la "man d’ovra" generosi, quindi rispettati.

A trasportarli nella leggenda, ancora desta quando io vivevo a Montrappone, fu l’eccentricità spinta fino alla realizzazione di fastose cene sui "coppi" della casa di campagna, con i contadini che trasportavano le vivande su e giù per le scale a pioli.
 


I vecchi montrappesi non avevano altresì dimenticato di riferire ai figli di aver visto i Simoni messi col calesse di traverso la strada, sbarrare il passo al calesse di un amico il tempo di scambiarsi frizzi e lazzi, e, a richiesta, suonargli un à solo di chitarra. Di lì il titolo di matt chittaren. Fin da quando in quelle lande non ne esistevano, erano stati dei grandi suonatori di chitarra.
Tali scenari avrebbero incuriosito anche me se non fossi nata dopo che lo zio ebbe appreso essere unico barlume di aristocrazia la famiglia stracciona di nonna Teresa, di remota discendenza da certi Borletti di Nonsocosa, piccola nobiltà romagnola. Se non mi fa difetto la memoria, direi dei "trepalle" in quel di Bagnacavallo!
Altra storia amena, questa del blasone a "trepalle"!!
Rimasti orfani, tre sorelle maggiorenni e un fratellino, si narrava che le fanciulle, educate al fervore cattolico, tramite un pretazzo seduttivo, pezzo a pezzo devolsero il patrimonio di famiglia alla Chiesa, e perciò quando il fratellino toccò i ventunanni dovette vendersi anche le "trepalle"! Di lì il tormentone acquisito dallo zio quando dentro lo specchio si vedeva bello e seduttivo: "Me sventurato, sono un nobile caduto: avrei potuto essere il Principe di Trepalle!".
Per quel che concerneva i Simoni invece non c’era niente da scoprire, semplicemente perché da scoprire ce ne sarebbe stato troppo!
Di quale stirpe non si sapeva. E mai si saprà, dato che ogni documento inerente venne bruciato assieme agli archivi che lo contenevano, nella Spagna avanti il Sedicesimo Secolo.
Erano riusciti tuttavia a tramandarsi la storia di famiglia, a cominciare dall’arrivo sulle coste italiane. Dalla quale, storia, risulterebbe che arrivarono qui come gli odierni immigrati africani, a bordo di una di quelle "carrette" che la Santa Inquisizione destinava ad affondare prima di toccare terra. Zingari?… Moriscos? ... O forse ebrei conversi… Che differenza fa ?


Nell’Era Fascista, la mia famiglia di sicuro non praticava la religione ebraica. Anzi, ritualmente non praticava alcuna religione, benchè istituzionalmente annoverata tra i cattolici di razza ariana.
Lo zio Bruno intratteneva rapporti  d'affari con alti prelati, però, in ambito salottiero non si proibiva di qualificarsi un sibarita.
Nonna Teresa frequentava, pure lei, i prelati d'ogni statura, e una preghierina nelle cattedrali vuote non se la negava. Nient’altro di più! Mia madre sì, pronunciava spesso le parole del Vangelo, era devota alla Trinità e, soprattutto, alla Santa Provvidenza. Ma non andava a Messa, perché, diceva, a quella della mattina c’erano le beghine cattive, e a quella "grande" c'era il raduno dei borghesi puzzolenti in gran parata. Insomma, s’era più 
cristiani che cattolici.
Forse l’unica cattolica osservante della famiglia sono stata io, cresciuta sotto l’ala di Don Piddon finchè, nel dopoguerra, tacciato di pedofilia, gli tolsero la parrocchia.
Certi dogmi mi sembravano paradossali anche dopo che la moglie del veterinario raccontò che sua figlia era rimasta incinta da vergine. Ma li ritenevo necessari alla comunicazione con i più semplici. Senza le Religioni i popoli antichi come avrebbero fatto ad imbrancarsi entro i recinti?  I Dieci Comandamenti furono egregi guardiani del gregge finchè pensammo che l'Occhio di Dio controllava se li osservavamo. Adesso ce ne è rimasto uno solo e neanche inserito nel Decalogo: "Non commettere peccati di gola" (perchè l'industria non smercia più le grandi taglie). Ma, detto seriamente, tutte le religioni furono eccellenti sotto il punto di vista dietologico.




Personaggi vivaci che, però, entro le mura, nei confronti delle figlie femmine si compportavano alla stregua degli altri latifondisti, pinzocheri.
Disponendo di larghi mezzi mandavano al collegio di agraria i figli maschi. Mentre invece le femmine, se non studiavano da maestre, dopo la quinta elementare imparavano (ben chiuse entro le mura domestiche) il francese, il pianoforte e i libretti delle opere liriche. Quanto bastava per trasformarle in solitarie 
"intellettuali" sul far della trentina, nel caso non avessero trovato un marito. Chè, se ci fosse stata la certezza di maritarle tutte, sarebbero bastati una terza elementare e i libretti d’Opera: per il resto, secondo costume, le avrebbe educate a proprio piacimento, lo sposo.



Mezze misure non ce n’erano: o "Costole d’Adamo" o illibate. Dunque la purezza in linea femminile era ereditaria quanto l’orrore della colpa, specie se colpa palese.
E quale colpa più palese, per siffatte creature, di una passione rapida e bruciante per un uomo sposato sciorinante spermatozoi veloci?
Per dire che, anche se fosse stata innamorata pazza di mio padre, cosa di cui non dubito, la mamma non lo avrebbe mai confessato. Molto più semplice per lei assumere il ruolo della vittima. Stratagemma di largo consumo di quei tempi. Ma, a cosa serviva ?
La "colpa", esasperata dal vittimismo, rimaneva là, dentro di lei, col suo codazzo di paure, e di coraggio. Difatti la preoccupazione di cui ho detto:
"E se lui dovesse brigare per togliermi la bambina?"



Rammentando gli sguardi lunghi con cui mi avvolgeva, giurerei che se lo stava chiedendo mentre la maliziosa manicure, laccandole le unghie nei grigi uffici di via Genova, riferiva di averlo visto sul Cinegiornale cavalcare nel deserto dell’AOI: "Chissà se tornerà mai più in Italia?".
Mia madre, fredda come un cadavere:"Avevo sentito dire che non gli piacciono i cavalli"
Seduta in poltrona tra i ritratti di Vittorio Emanuele e di Mussolini allineati su una parete, e il cartello che ammoniva "non sputare per terra e non bestemmiare" sulla parete di fronte, sovrastante la sputacchiera smaltata di bianco, mi guardava con un "addio!" nelle pupille. Temeva che se si fosse definitivamente trasferito altrove da Roma avrebbe potuto portarmi via con sè. Assurdo!
Eravamo tutt’e due più o meno attanagliate dalla paura del reciproco abbandono, una sindrome bestiale che non smetterà mai più di tormentarci.
"E se tutto ciò che succede a Bruno fosse stato architettato da lui, per liberarsi delle proprie responsabilità, e per allontanarmi dalla sua vita?"
Trasferire ipotesi del genere nella mente di una bambina, l’avesse udita il sociologo della tivvù avrebbe emesso un "bbrrrr"!! Tuttavia, che io ricordi, ne ho sentite di peggio senza avvertire mai il botto al cuore. 
In fondo per mantenersi in equilibrio è sufficiente non fare opposizione alla realtà e fare leva sulle proprie capacità di adattamento. Sopporti e poi sopporti, finchè non ti accorgi nemmeno più di stare sopportando.
Vero che mia madre era un'ansiosa. Lo zio Tonino la chiamava Grand Guignol. Però in merito a quelle inquietudini aveva delle giustificazioni.
La preoccupazione, ovvio, le veniva anche dalla conoscenza delle intrepide incursioni di nonna Teresa nel privato dell’amante...
Ex amante, per la precisione.
Sempre a misura della sua chilometrica immaginazione basata sul sospetto la mamma pensava che lui se ne stesse in Africa per non sentirsi più nonna Teresa addosso! 

Mio padre, secondo quanto mi raccontarono, avrebbe cominciato ad allontanarsi da noi dopo la scomparsa di nonno Luigi. Al quale aveva promesso di restituire l’onore mediante un matrimonio in Ungheria. Se in buona fede o meno, solo dio lo sa. Ammesso che fosse stato possibile, a quei tempi, per due rispettivamente coniugati sul suolo italiano, sposarsi in Ungheria per poi tornare a vivere qui. O forse sarebbero rimasti là, o sarebbero andati da qualche altra parte? Progetti da alcova. Impossibile che mio padre rinunciasse al suo ruolo pubblico in Italia. Comunque…
Indipendentemente dalle chiacchiere, vivo il nonno, mio padre si era incaricato del mio futuro acquistando per me i due appartamenti, in uno stabile in costruzione, di Via Marcello Prestinari, nell’elegante quartiere Prati. Elegante…oddio, oggi è un mortorio di vecchia borghesia, ma a quei tempi lo si riteneva signorile e alla moda.
Come dicevo, due appartamenti: uno per abitazione e l’altro per rendita. Solo che, non so se un mutuo, o un’ipoteca, li avrebbe gravati per qualche anno a venire. E il saperli vincolati adesso diventava per la mamma un’altra buona ragione di sentirsi ostaggio di inquietudini.
Tra tutte le sue "buone ragioni", l’unica, secondo me, razionale.
Presagio azzeccato, infatti : perdemmo pure quelli. Ma non finché restammo a Roma. Furono polverizzati poi che ci ebbero inviate al confino.

Beh… mi viene in mente Roberto Vecchioni con tutta la sua suadente energia:

"...quando venne il ciclone Dorothy perse la sua casa!"

"... e quando venne il ciclone Dorothy perse la sua casa... e quando venne il ciclone Dorothy perse la sua casa... perse la bambola e, chissà come, pure i soldi della spesa !"

"...venne il giorno e perse anche la strada del ritorno"

E... a quale difensore civico si rivolse Dorothy?




"Al Mago di Oz !"

Chi è? Dove abita? Chi è? Può darmi una casa?

Ma, certo, anzi. Poteva darle ben di più di una casa!!

Era il Mago di Oz, celeberrimo figlio di Frank Baum, immortalato a Hollywood da Victor Fleming, mica uno qualsiasi!

Ma Vecchioni, vittima di esecrabile onestà intellettuale, dopo averne profilato la imponente figura la afferra, l'accortoccia, e la getta via:

"Bambini Bambini Bambini state attenti al Mago di Oz. Bambini "Bambini Bambini non vi fidate del Mago di Oz. Bambini Bambini "Bambini non giocate col Mago di Oz.

"E so-prat-tut-to non prendete caramelle dal Mago di Oz"

Dopo la morte del nonno, fino a quel fatale febbraio del 1939, nonna Teresa, ci aveva pensato, lei, a tampinare mio padre affinché non dimenticasse i suoi obblighi. Bastava che il suo congruo mensile sgarrasse di un giorno ad arrivare per darle la voglia di andare a passeggiare sotto le finestre della sua abitazione non appena la avvertivano che era arrivato a Roma.
Bella donna anche da matura, sobriamente elegante, s’era fatto amico il portiere gallonato, e anche gli agenti al servizio di mio padre: così, tanto per scambiarci due parole sotto il sole, nelle belle mattinate.
Eh sì… Via via che lui si allontanava, la nonna lo minacciava. 
E via via che la nonna lo minacciava, lui si allontanava di più. Non dai suoi obblighi. Ma fisicamente si.
Regolare. Non riuscendo a condividere con la figlia bastarda il medesimo affetto che condivideva con i figli conviventi, lo stremava il sentirselo imporre.
Ma a nonna Teresa in quel contesto gliene fregava meno di niente, dei sentimenti. Lei lottava solo per tutelare il mio avvenire, e, secondo sua indole, ci sarebbe riuscita, a vincere…
Se non l’avessero rinchiusa alle Mantellate, di là spedita al paesello natio.






 




permalink | inviato da ZUFFOLO il 5/11/2007 alle 17:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
<<  1 | 2 | 3  >>

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 15277 volte

IMPORTANTE: Questo blog non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7-03-2001. Ogni riferimento a fatti o persone reali coperte dall'anonimato è puramente casuale. "le immagini riportate sono in parte prese da internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarmelo nella sezione COMMENTI che
provvederò prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate




.   BlogItalia.it - La directory italiana dei blogLa Casta dei giornali Technorati Profile Add to Technorati Favorites



IL CANNOCCHIALE